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il primo giorno

d'autunno. Stamattina mi sono svegliato grazie a un simpatico tuono che ha fatto vibrare tutto il vibrabile al tenero orario delle 6:53. Nel dormiveglia sentivo il rumore delle (poche) macchine navigare lungo la provinciale. Tergicristalli in fermento.

Un freddo cane, l'aria dai monti scendeva impetuosa e una pioggia battente e decisamente autunnale scendeva da un cielo che gradualmente passava dal color antracite al color ghisa invecchiata.
Nel frattempo facevo colazione con il mio caffè, il primo di una lunga serie, e mi infilavo in macchina alla volta di Reggio.
Dopo un'ora e un quarto di viaggio (per fare ben 24 km, tanto per rendere l'idea) arrivo al parcheggio scambiatore e aspetto il bus mentre il peso del computer (con alimentatore e mouse) e della tesi tenta di segarmi via la spalla. Il primo G passa, fa salire quattro persone e poi chiude le porte in tutta fretta e fugge indicando il semaforo verde, facendoci intendere che "o adesso o mai più". E io e una signora rimaniamo sotto la pensilina, quella disegnata da un architetto che non conosce molto bene l'esistenza delle scossaline, che più che riparare dalla pioggia la invita a infiltrarsi nello spazio coperto sotto forma di enormi goccioloni. Mi sento a casa quando la signora tira una madonna in dialetto. Poi arriva il secondo G, e stavolta ci fa salire. Poche fermate per raggiungere Corso Garibaldi, poi neanche il tempo di una sigaretta per svoltare in via dell'Erba e ritrovarmi davanti al palazzo dove si presume passerò gran parte del mio tempo da oggi in avanti.
Lo studio è bello, grande, sistemato al piano terra di un bel palazzo con i soffitti decorati a grottesche. Mi accoglie una giovane architetto che mi presenta a una ventina di visi di cui non ho avuto il tempo di memorizzare i nomi corrispondenti. L'atmosfera è cordiale, sono tutti giovani. C'è il caffè per tutti, fatto con la moka nel cucinino nell'interrato.
E poi comincia la mia giornata lavorativa.
Si familiarizza con la questione, il piano per un grande ospedale nel torinese. Si deve portare a termine uno studio di fattibilità, cosa che si è sempre sentita nominare ma che, di fatto, non ha mai assunto una connotazione precisa nell'immaginario dello studente. Ecco che mi si palesa il significato di quelle parole. Ed ecco che vengo accompagnato al mio computer, con una mia password, un mio numero di telefono e una mia mail.
Si comincia.
Certo, non è quel lavoro alla Fuffas. Qui l'architetto è un tecnico, non un artistoide che per metà del tempo dice cazzate. La professione come è nella realtà. Non si parla di archistar, né di concetti aulici. Al paziente di un ospedale non gliene frega granché se l'edificio è l'espressione verticale di un disegno territoriale orizzontale più ampio, né gli interessa sapere dove passassero gli assi della centuriazione romana. Ma di sicuro gli preme che l'ospedale funzioni, ed è questo che si deve fare. Se poi è anche bello, tanto meglio. E se poi è anche relativamente poco costoso e studiato per durare ed essere pure autosufficiente, beh, è tutto di guadagnato per il Sistema Sanitario. Che poiché è pubblico si ripercuote direttamente sulle tasse che paghiamo.
Non sembra male. Certo, nei miei sogni di gloria non mi ero mai immaginato alle prese con una questione del genere, ma poiché non sono capace di fare un beneamato cazzo credo che sia qui che si possa imparare qualcosa. Certamente si impara di più che non andando in uno studio a preparare concorsi per far fare bella figura al titolare, riproducendo all'infinito un esame universitario che non finisce mai e il cui esito è spesso già scritto.
Oltretutto, mentre per la seconda opzione mi sono sentito dire solamente dei "facciamo un periodo di prova non retribuito di tre, quattro, cinque, sei (infinito) mesi e poi vediamo", per la prima opzione mi è stato detto "finché non sarai abilitato faremo contratti regolari di tre o quattro mesi, poi una volta ottenuta l'abilitazione entreresti con un contratto a tempo indeterminato".
Io non ci sputo sopra.

Pubblicato il 14/9/2009 alle 22.59 nella rubrica Personals.

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