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Autobiografia tragicomica
einsteigen bitte, zurück bleiben bitte
post pubblicato in Diario, il 30 settembre 2009

Ogni volta è un trauma andarci. O meglio, ogni volta è un trauma andarsene.
Restano le impressioni, ma soprattutto la voglia di tornarci. E vi si lascia un pezzettino di anima.
Il sommesso ed educato chiacchierare della silenziosa U-Bahn. La torre di Alex, che si vede da ogni angolo. Prenzlauerberg e i suoi viali alberati. Friedrichshain e il suo aspetto riciclato. I palazzi di vetro. E quelli di pietra, con i buchi delle mitragliatrici. I cantieri infiniti di una città in eterno divenire, senza un centro e quindi con molti centri. Il fiume. L'odore dei treni. Il cielo.
Tutto contribuisce a creare quella sensazione piacevole che si prova, di essere a casa. Nonostante sia una città difficile, enorme, a tratti spiazzante e incomprensibile.
O la si ama o la si odia, non ho mai sentito un parere che mediasse tra il nero e il bianco. Berlino è così. Berlino è. E se tu non ti adatti a lei, una vecchia signora saggia che ne ha passate veramente troppe, di certo non sarà lei a venirti incontro. Pretende il corteggiamento, non è frettolosa. Ma se assapori una sola volta l'atmosfera, se per un istante fai lo sforzo di sentirti solidale con il suo movimento, te ne innamori perdutamente e non puoi più farne a meno.

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permalink | inviato da ScarletMilk il 30/9/2009 alle 22:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
il primo giorno
post pubblicato in Personals, il 14 settembre 2009
d'autunno. Stamattina mi sono svegliato grazie a un simpatico tuono che ha fatto vibrare tutto il vibrabile al tenero orario delle 6:53. Nel dormiveglia sentivo il rumore delle (poche) macchine navigare lungo la provinciale. Tergicristalli in fermento.
Un freddo cane, l'aria dai monti scendeva impetuosa e una pioggia battente e decisamente autunnale scendeva da un cielo che gradualmente passava dal color antracite al color ghisa invecchiata.
Nel frattempo facevo colazione con il mio caffè, il primo di una lunga serie, e mi infilavo in macchina alla volta di Reggio.
Dopo un'ora e un quarto di viaggio (per fare ben 24 km, tanto per rendere l'idea) arrivo al parcheggio scambiatore e aspetto il bus mentre il peso del computer (con alimentatore e mouse) e della tesi tenta di segarmi via la spalla. Il primo G passa, fa salire quattro persone e poi chiude le porte in tutta fretta e fugge indicando il semaforo verde, facendoci intendere che "o adesso o mai più". E io e una signora rimaniamo sotto la pensilina, quella disegnata da un architetto che non conosce molto bene l'esistenza delle scossaline, che più che riparare dalla pioggia la invita a infiltrarsi nello spazio coperto sotto forma di enormi goccioloni. Mi sento a casa quando la signora tira una madonna in dialetto. Poi arriva il secondo G, e stavolta ci fa salire. Poche fermate per raggiungere Corso Garibaldi, poi neanche il tempo di una sigaretta per svoltare in via dell'Erba e ritrovarmi davanti al palazzo dove si presume passerò gran parte del mio tempo da oggi in avanti.
Lo studio è bello, grande, sistemato al piano terra di un bel palazzo con i soffitti decorati a grottesche. Mi accoglie una giovane architetto che mi presenta a una ventina di visi di cui non ho avuto il tempo di memorizzare i nomi corrispondenti. L'atmosfera è cordiale, sono tutti giovani. C'è il caffè per tutti, fatto con la moka nel cucinino nell'interrato.
E poi comincia la mia giornata lavorativa.
Si familiarizza con la questione, il piano per un grande ospedale nel torinese. Si deve portare a termine uno studio di fattibilità, cosa che si è sempre sentita nominare ma che, di fatto, non ha mai assunto una connotazione precisa nell'immaginario dello studente. Ecco che mi si palesa il significato di quelle parole. Ed ecco che vengo accompagnato al mio computer, con una mia password, un mio numero di telefono e una mia mail.
Si comincia.
Certo, non è quel lavoro alla Fuffas. Qui l'architetto è un tecnico, non un artistoide che per metà del tempo dice cazzate. La professione come è nella realtà. Non si parla di archistar, né di concetti aulici. Al paziente di un ospedale non gliene frega granché se l'edificio è l'espressione verticale di un disegno territoriale orizzontale più ampio, né gli interessa sapere dove passassero gli assi della centuriazione romana. Ma di sicuro gli preme che l'ospedale funzioni, ed è questo che si deve fare. Se poi è anche bello, tanto meglio. E se poi è anche relativamente poco costoso e studiato per durare ed essere pure autosufficiente, beh, è tutto di guadagnato per il Sistema Sanitario. Che poiché è pubblico si ripercuote direttamente sulle tasse che paghiamo.
Non sembra male. Certo, nei miei sogni di gloria non mi ero mai immaginato alle prese con una questione del genere, ma poiché non sono capace di fare un beneamato cazzo credo che sia qui che si possa imparare qualcosa. Certamente si impara di più che non andando in uno studio a preparare concorsi per far fare bella figura al titolare, riproducendo all'infinito un esame universitario che non finisce mai e il cui esito è spesso già scritto.
Oltretutto, mentre per la seconda opzione mi sono sentito dire solamente dei "facciamo un periodo di prova non retribuito di tre, quattro, cinque, sei (infinito) mesi e poi vediamo", per la prima opzione mi è stato detto "finché non sarai abilitato faremo contratti regolari di tre o quattro mesi, poi una volta ottenuta l'abilitazione entreresti con un contratto a tempo indeterminato".
Io non ci sputo sopra.



permalink | inviato da ScarletMilk il 14/9/2009 alle 22:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
epifania
post pubblicato in Diario, il 10 settembre 2009
Sto ridendo di gusto leggendo un simpatico articolo di un importante quotidiano nazionale, che riporta una lettera del Vaticano a tutte le conferenze episcopali del mondo (ma in modo particolare a quella di un determinato paese). Lettera in cui la frittata viene rigirata con abilità straordinaria, dicendo che l'ora di religione nelle scuole non può essere un'ora in cui si spiega l'idea platonica di Religione (quella con la maiuscola, che comprende di conseguenza tutte le religioni del mondo) perché questo significherebbe discriminare (avete letto bene, discriminare) chi crede in una religione in particolare, in questo caso il cattolicesimo. Sì perché i genitori hanno dei valori che vogliono trasmettere ai figli, per cui se arriva il primo stronzo a spiegare che esistono altre religioni e magari commette il peccato mortale di dire che non esiste una religione giusta e una sbagliata, può succedere che nelle testoline dei giovini virgulti si crei della confusione.
Si parla di "indirizzo educativo che i genitori e la Chiesa intendono dare alla formazione delle nuove generazioni". Quindi si suppone che tutti i genitori d'Italia siano d'accordo. Siamo tutti cattolici, quindi? Siamo tutti italiani, di conseguenza siamo tutti cattolici? Parrebbe di sì.
Tu pensa, sono cattolico. E mica lo sapevo io.

(scena 1; nello studio del prete)
[san polo d'enza, italia, un settembre di qualche secolo fa] 
(tipo nei peggiori telefilm, quando sullo schermo le lettere si stampano stile macchina da scrivere)
Prete: "secondo me sei un ragazzo molto solo"
Io: "non credo proprio... il fatto che non frequenti più la parrocchia da anni non significa necessariamente che io sia solo"
Prete: "e dimmi, quali sono i tuoi interessi?"
Io: "ah ne ho tanti, molteplici e diversificati... ma non credo che le interessino"
Prete: "e con il tuo spirito? ogni essere umano ha bisogno di alimentare il proprio spirito"
Io: "ho la fortuna di avere un'ottima professoressa di filosofia"
Prete: "stai attento alla filosofia, anche le brigate rosse hanno iniziato così, rinnegando Dio in nome della filosofia"
Io: "se io sono un brigatista lei è una grandissima testa di cazzo. Ora, se mi vuole scusare, devo andare a crogiolarmi nella mia solitudine leggendo Marx"
(esco sbattendo la porta)

Ecco, credo che questo basti per dire che non sono cattolico.
Ma quindi non sono neanche italiano?
Epifania!

(questa frase viene aggiunta dall'odioso senso del dovere di chi tiene questo blog, che al momento sta saltellando in cucina gridando "Non sono italiano! Il mio Presidente del Consiglio non è un mafioso ipocrita puttaniere che si crede superman!" alternando risatine isteriche a guaiti di gioia)



permalink | inviato da ScarletMilk il 10/9/2009 alle 11:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
emilia
post pubblicato in Personals, il 9 settembre 2009
Drin.

Drin.

Driiin.

Driiiiiiin.

"Pronto?"
"Pronto, sono la Wanda. C'è la Fulvia?"
"Mi sa che ha sbagliato numero"
"Vacca boia mi scusi veh!"

Click.

(...)



permalink | inviato da ScarletMilk il 9/9/2009 alle 18:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
civiltà
post pubblicato in Personals, il 8 settembre 2009
Ok, degli altoatesini si può dire tutto quello che volete. Hanno un tenore di vita altissimo a spese delle altre regioni, godono di privilegi pazzeschi per il fatto che la loro lingua madre è il tedesco, sono un po' stronzi con gli italiani... andate avanti voi.
Ma poiché i miei genitori sono fanatici delle dolomiti e si sono comprati una casa, al momento di guardare il mappamondo per cercare un luogo dove andare a lavorare anche solo temporaneamente mi son detto "e perché non Bolzano?".
Sì perché gli altoatesini saranno quel che saranno, ma io amo quei posti e li sento un po' casa mia. Inoltre, grazie a tutti i contributi e le agevolazioni, sono riusciti a essere tedeschi davvero dal punto di vista architettonico. Ovvero costruiscono bene, consapevolmente, contemporaneamente. Credo che da un'esperienza lavorativa in Alto Adige (o Tirolo Meridionale, come vogliono chiamarlo loro) si possa imparare moltissimo, senza andare per forza in un altro paese o impararsi una lingua.
Ecco perché, tra i milioni di studi a cui ho mandato il mio curriculum, quattro si trovano a Bolzano o Bozen o come vi pare.
Fattostà che, mentre gli studi di architettura italiani non ti cagano minimamente (neanche per dirti "grazie, ma non ho bisogno"), gli studi di Bolzano si dimostrano superiori. Civili.
Oggi ricevo una mail che mi lascia sbalordito.

Egregio M. V.,
Grazie per la sua richiesta, ma pur trovando interessante il suo curriculum le devo dire che al momento siamo al completo. Però le posso dare l'indirizzo mail del signor M. K. della ditta D.
Loro al momento stanno cercando un architetto per allargare il loro team.
Sperando di essere stato d'aiuto, le auguro buona fortuna.
Cordiali saluti
Arch. P. P.

Non lo trovate straordinario?
Io lo trovo straordinario. Vi assicuro che di curriculum ne ho mandati, ma NESSUNO si è mai preso la briga di rispondermi se non aveva intenzione di fissarmi un colloquio. Tranne questo studio e altri tre, sempre di Bolzano.

Avranno tutti i difetti del mondo, ma non si può dire che non siano civili.



permalink | inviato da ScarletMilk il 8/9/2009 alle 18:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
mostri svedesi
post pubblicato in Personals, il 6 settembre 2009
Venerdì pomeriggio. Bella giornata di sole, con un vento schifoso che ti porta via. Il giorno ideale per starsene tranquilli a casa a godersi la condizione di disoccupato, magari leggendo.
E invece Madreeh ha la splendida, raggiante idea.
"Tesoro, mi faresti un regalo?"
"...mmm?"
"MI PORTI ALL'IKEA?".
Non essendo più studente, non potevo accampare la scusa "no devo studiare", per cui ho rapidamente analizzato i pro e i contro. Se non l'accompagno all'IKEA poi comincia a rompere con la storia che ho sempre tempo per gli altri ma per lei mai, che è l'ultima ruota del carro e che da adesso la smette di far da mangiare (capirai...) e di fare il bucato e via dicendo. Se l'accompagno all'IKEA vado incontro a un tragico destino fatto di soste ogni cinque minuti, bombardamenti a tappeto di domande inutili, ricerca infruttuosa di oggetti insulsi. Ma evito lo stillicidio della donna nessuno-mi-caga e soprattutto passo dal reparto gastronomia svedese e mi prendo le patatine all'aneto.
Ok, andiamo.
Seguono ore interminabili di code in tangenziale a Parma, e poi di code interminabili per bere un caffè shakerato ("magari qui sono capaci di farlo... ma come lo facevi tu al bar non lo fa nessuno" dice Madreeh, senza rendersi conto che siamo al bancone del bar da TRE ORE perché lei deve centellinare un orribile caffè shakerato fatto con la macchinetta e con dentro decisamente troppi cubetti di ghiaccio).
E poi il reparto mobili, con i mini-appartamenti allestiti, e le domande tediose. "Quanto costa questo?", ripetuto per ben centosettantatre volte, porta ad una reazione negativa dell'interpellato, che a un certo punto sbotta e dice con tono decisamente alterato "Cazzo ma leggi un cartellino! C'è il disegno che ti dice cosa minchia è e sotto c'è scritto quanto costa! Sono ventisei chilometri di esposizione che mi fai la stessa domanda!".
Vabbè, sorvoliamo sulla tremenda reazione di Madreeh a queste ultime due righe.
Ma andiamo avanti nella descrizione: non aveva bisogno di niente (e ci credo, ha una casa di tre piani che è riuscita a riempire, infrangendo ogni legge fisica sulla massa e riproducendo ciò che di più simile esiste alla densità di una nana nera negli armadi del MIO appartamento). Però quei cuscini sono tanto carini (erano orribili), quelle tende sono tanto belline (erano orribili), ho bisogno di qualche scatola da mettere negli armadi ("che quell'orso di tuo padre non mi vuole fare l'armadio nuovo in garage e devo arrangiarmi con quello che trovo, solo che le scatole del mobdì sono brutte"), devo comprare un paio di piatti piani bianchi e ora che ci penso vorrei un cuscino bianco perché devo fare un abbinamento (questo succedeva il pomeriggio dopo il pranzo in cui mio padre annunciava solennemente che non sarebbero andati in montagna per risparmiare, che le cose vanno male, fottuta crisi - per la cronaca, sempre sullo stesso filone, la disgraziata stamattina mi ha chiesto se potevo ridisegnare il suo appartamento perché l'ha stufata).
Infine arriviamo - deo gratias - al reparto cibarie (senza aver comprato nulla, ma avendo fatto il giro del "mercato" almeno sei volte per cercare l'orribile cuscino di cui sopra). Dove la convinco a comprare le polpettine svedesi che, come chi di voi le ha provate almeno una volta in vita sua sa bene, sono a tutti gli effetti una droga.
Orbene, ieri sera ho cucinato le polpettine con apposito sughetto. Ma gli svedesi fanno le confezioni formato famiglia, per cui ne sono avanzate abbastanza da mangiarci il secondo anche oggi. Addirittura ne avanzavano tre, che ho dato al cane.
Non. L'avessi. Mai. Fatto.
Ormai il mio cane è un tossicomane. Non mangia i suoi granini. Oggi ha rifiutato una fetta di prosciutto. Però continua a leccare insistentemente la pirofila dove stavano le polpette, anche se ormai, come potete immaginare, è talmente pulita e bianca che ci si può specchiare.
Ho creato un mostro.



permalink | inviato da ScarletMilk il 6/9/2009 alle 1:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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